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Dalla quarta di copertina

L’analisi del DNA è considerata la “prova regina”. Tuttavia, essa non produce mai l’identificazione certa di un dato individuo, in quanto il perito, a differenza di ciò che accade in altre scienze forensi, formula alla fine un’asserzione di tipo esplicitamente probabilistico.

Negli ultimi due decenni la scuola neo-bayesiana ha fortemente sostenuto l’idea che tale asserzione debba assumere la forma di un “rapporto di verosimiglianza”. Ma di che cosa si tratta? Molti periti e tecnici del DNA, che in genere hanno una formazione biotecnologica, non hanno mai incontrato nei loro studi il concetto matematico di verosimiglianza, e si trovano in difficoltà (per non parlare di avvocati e magistrati, che devono valutare il valore di prova di un dato rapporto di verosimiglianza).

Questo volume risponde alla domanda in modo discorsivo, e guida il lettore fra i contorti meandri concettuali, le trappole logiche e i necessari riferimenti filosofici, che fanno da sfondo all’interpretazione dei dati della genetica forense, sia in campo civile che penale. È rivolto a magistrati, avvocati, periti, investigatori, studenti di biologia e di master, e semplici curiosi che vogliano capire il significato probatorio dell’analisi del DNA.


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